Decima Flottiglia Mas
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Sommergibili classe 600 serie "Adua"
Alessandria d'Egitto
SLC Descrizione tecnica
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GLI ASSALTATORI DELLA REGIA MARINA

 

Le origini

I preliminari

La sfortuna si accanisce contro gli assaltatori

Il primo colpo a segno: Suda

"… vi sono italiani che si recano a Malta nel modo più temerario …"

Si ritemprano le forze

Il momento più fulgido: Alessandria

Al terzo anno di guerra

In azione fuori dal Mediterraneo

Villa Carmela

Beffe dell’Intelligence Service: l’Olterra

Le operazioni nel 1943

 

 

Le origini

Sin dall'inizio del XX secolo, vennero ideati e sperimentati in Italia, mezzi insidiosi per l'attacco alle unità navali; infatti l'origine dei mezzi con i quali la Regia Marina Italiana ottenne i suoi più strepitosi successi durante la seconda guerra mondiale, si ricollega all'esperienza maturata nella guerra 1915-1918.

In quel conflitto le imprese compiute in Adriatico contro la flotta austro-ungarica videro spesso in azione mezzi di superficie come i MAS siluranti trainati nelle vicinanze dei porti nemici da torpediniere; o i barchini assaltatori, capaci di superare le ostruzioni retali mediante cingoli a cremagliera.

E furono utilizzati anche mezzi subacquei come torpedini semoventi quali la Mignatta: in pratica un siluro con motore ad aria compressa che portava una testa di guerra staccabile, contenente due torpedini dotate di spoletta ad orologeria da applicare magneticamente alla chiglia delle navi nemiche.

Con questo mezzo, nel novembre 1918 Raffaele Rossetti e Raffaele Paolucci avevano attaccato ed affondato la corazzata austro-ungarica Viribus Unitis, nella base di Pola.

Nell'autunno del 1935, la crisi etiopica fece comparire il rischio di doversi misurare con la Royal Navy: Due tenenti del Genio Navale, Teseo Tesei ed Elios Toschi, studiarono un miglioramento radicale della mignatta per attaccare le corazzate britanniche alla fonda nei porti:

Nello stesso tempo, presso la base di La Spezia, si stavano svolgendo esperimenti con assaltatori subacquei che, muniti di autorespiratori, si esercitavano in marce sul fondo marino portando cariche esplosive da depositare sotto le navi ferme in porto.

Dall'insieme di tali iniziative nacque un preciso programma per la costruzione di torpedini semoventi, condotte da operatori subacquei, e nell'autunno del 1935 si svolsero le prime prove con esito favorevole ed incoraggiante.

Erano così nati i Siluri a Lenta Corsa costituenti il primo nucleo dei futuri mezzi d'assalto della Regia Marina.

Nel corso di un'esercitazione, Teseo Tesei disse al suo secondo operatore di "legare il maiale", non si sa perché usò quel termine, ma da quel momento l'SLC diventò per tutti il "maiale". L’espressione piacque ed era anche "comoda" perché permetteva di parlare liberamente di un mezzo la cui segretezza era essenziale.

Intanto la crisi etiopica provocava anche un'accelerazione degli studi per lo sviluppo dei mezzi d'assalto di superficie. Agli inizi del 1936 l'Ammiraglio Aimone di Savoia-Aosta riuscì a far allestire una prima serie di barchini da lui progettati.

Con struttura in legno e capaci di oltre 30 nodi di velocità, erano condotti da un pilota collocato a poppa estrema con possibilità di eiettarsi con uno zatterino salvagente, che gli consentiva di porsi in salvo dopo aver lanciato il mezzo contro il fianco della nave attaccata ed aver bloccato i comandi al momento opportuno.

All'impatto la parte prodiera contenente 300 Kg di esplosivo affondava, sino a quando un dispositivo pressostatico, precedentemente regolato, provocava l'esplosione a contatto con la parte meno difesa della fiancata della nave.

I barchini, superati positivamente i collaudi, vennero denominati MTM, Motoscafi da Turismo modificati e successivamente diedero luogo a diverse versioni tra cui una ridotta, MTR ed una destinata al trasporto degli SLC denominata Lenta, MTL.

I barchini siluranti, MTS, in pratica dei piccoli MAS, nacquero alla fine del 1939 e divennero operativi nei primi mesi del 1941. Condotti da due operatori potevano lanciare un silurotto a carica ridotta; l'arma veniva espulsa da poppa.

Seguirono le versioni Modificato MTSM, più lungo e più largo, armato anche di due bombe di profondità, e nel 1943 l'Allargato MTSMA, ancora più grande, divenuto poi SMA.

 

I preliminari

 

Nell'autunno del 1935 l'organizzazione dei mezzi d'assalto venne affidata alla 1° Flottiglia MAS ed il C.F. Paolo Aloisi con il Cap. G.N. Teseo Tesei ed il C.C. Carlo Teppati seguirono la costruzione dei mezzi e l'addestramento del personale, coperti dal più geloso segreto.

Sul litorale presso Viareggio, alla foce del fiume Serchio, gli operatori degli SLC presero confidenza con le nuove armi.

Le esercitazioni furono poi momentaneamente rallentate, quindi praticamente sospese per il venir meno del pericolo di guerra con l’Inghilterra al termine del conflitto in Etiopia ma vennero riprese con più intensità nel 1939 con revisione dei piani operativi, miglioramento degli apparecchi autorespiratori con il supporto del pioniere Angelo Belloni, e dell'equipaggiamento degli operatori come mute stagne, orologi e bussole, messa a punto degli stessi SLC in vista della nuova crisi internazionale che avrebbe portato alla guerra.

Come battelli "avvicinatori" vennero preferiti i "Perla" da 600 t. L'Ametista (comandante il T.V. Junio Valerio Borghese) iniziò il trasporto degli SLC imbragati sulla coperta; successivamente su Iride, Gondar e Scirè venne sbarcato il cannone e sistemati dei contenitori cilindrici. Questi, sia con il battello in immersione che in superficie, venivano aperti dagli operatori che ponendosi poi a cavalcione dell'arma partivano per la loro missione.

Il 24 febbraio 1940 il C.F. Mario Giorgini prendeva il comando della 1° Flottiglia MAS e, con l'entrata in guerra dell'Italia, il 10 giugno, i mezzi d'assalto erano pronti all'azione.

 

La sfortuna si accanisce contro gli assaltatori

 

Il 12 agosto 1940 il sommergibile Iride (T.V. Francesco Brunetti) diresse da La Spezia verso il golfo di Bomba in Cirenaica per prendere a bordo quattro SLC della 1a serie e cinque coppie di operatori di cui una di riserva accompagnati dal Comandate Giorgini che arrivavano a bordo della torpediniera "Calipso" direttamente da Bocca di Serchio. Si dava inizio all'"Operazione G.A.1": obiettivo il forzamento della base britannica di Alessandria d'Egitto.

La presenza del battello e di due altre unità in un luogo solitamente deserto, venne però rilevata da ricognitori inglesi ed il 22 agosto tre aerei aerosiluranti Swordfish attaccarono l'Iride affondandolo assieme alla motonave "Montegargano". Tutto il personale degli SLC in coperta rimase illeso e partecipò attivamente al salvataggio di 7 membri dell’equipaggio del sommergibile rimasti intrappolati ,ad una profondità di 15 metri, nel troncone anteriore del sommergibile in due spezzato dall’esplosione del siluro.

Il porto egiziano tornò ad essere l'obiettivo della seconda operazione, "G.A.2", programmata nella notte sul 30 settembre 1940, con il sommergibile avvicinatore Gondar. L'azione venne però sospesa poiché la squadra navale inglese era uscita dal porto per un'operazione di cannoneggiamento di Sidi el Barrani in Egitto, appena conquistata dagli Italiani. Il Gondar venne però avvistato dai cacciatorpedinieri Stuart (australiano) e H"" (inglese) e, sottoposto a 12 ore di caccia ininterrotta, venne affondato con la cattura di tutti, equipaggio operatori e Comandante della Flottiglia tranne un marinaio rimasto ucciso durante la fase di autoaffondamento del battello. Nonostante i cassoni contenenti gli SLC fossero stati rilevati e fotografati da un idrovolante inglese Sunderland intervenuto nelle fasi finali della caccia, il segreto venne mantenuto.

Il C.F. Vittorio Moccagatta subentrò nel comando della Flottiglia ed il C.C. Junio Valerio Borghese con il suo Scirè assunse il ruolo di "avvicinatore", con tre cilindri contenitori installati in coperta, uno a prora e due affiancati a poppa.

Un attacco contro Gibilterra (Operazione B.G.1) partì il 24 settembre, con lo Scirè e tre SLC ma il porto vuoto ne causò il rinvio. I sei incursori, Birindelli, Tesei e Durand De La Penne con i secondi, i sottufficiali Paccagnini, Pedretti e Bianchi, nella notte del 29 ottobre, anch’essa senza luna, condizione ideale per l’attacco, ripeterono l'azione (Operazione B.G.2) entrando nella base nemica, ma vennero ostacolati da numerose avarie sia agli SLC che agli autorespiratori: Tra le navi in rada vi era anche la corazzata Barham.

Birindelli, superati in superficie due sbarramenti retali, arrivò a 200 metri dalla corazzata ma il suo "maiale", a 70 metri dal bersaglio si fermò per un guasto alla trasmissione. Tentò addirittura di trascinare da solo sul fondale il suo SLC sotto la chiglia della corazzata ma invano, ostacolato dal peso del mezzo e dalle asperità del fondo marino, arrivando quasi allo svenimento; attivate le spolette della testata si pose in salvo nel porto e venne catturato, come per il secondo Paccagnini; gli altri quattro operatori, affondati i mezzi, raggiunsero la costa spagnola sfuggendo alla prigionia e , con l’aiuto di agenti segreti italiani, rientrando in Italia.

Anche dinanzi a questo fallimento si convenne comunque che doveva considerarsi risultato soddisfacente essere penetrati entro un porto nemico, e che le migliorie da apportare ai mezzi ed agli equipaggiamenti individuali avrebbero consentito di cogliere gli sperati successi.

Lettere di Birindelli dalla prigionia avvalorarono tale convinzione; eccone uno stralcio:

"Dì a Bruno (Falcomatà, operatore e medico del gruppo) di seguitare a prepararsi agli esami (l’attacco) e sicuramente sarà promosso perché i professori (gli inglesi) non sono cattivi come sembrava (in una precedente lettera Birindelli segnalava la supposizione che gli inglesi conoscessero i mezzi e le procedure di attacco). Io sono bocciato (non ho portato a termine la missione) per la stessa ragione (guasto alla trasmissione) di Gigi (Luigi Durand De La Penne, compagno assaltatore) alla seconda sessione di esami (la prima missione contro Gibilterra dove il "maiale" di De La Penne aveva dato problemi alla trasmissione)."

 

Il primo colpo a segno: Suda

 

Nel marzo del 1941 il reparto di assaltatori si trasformò nella Decima Flottiglia MAS sempre al comando del C.F. Moccagatta, con il C.C. Borghese ai mezzi subacquei ed il C.C. Giobbe ai mezzi di superficie.

Il 1941 risultò l'anno che vide i più grandi successi della Decima Mas.

Nel marzo toccò ad una squadriglia di sei MTM, riaprire le ostilità: nella baia di Suda, isola di Creta, la ricognizione aerea aveva segnalato la presenza di almeno dodici navi inglesi alla fonda tra cui l’incrociatore pesante York.

Le torpediniere Crispi (C.F. Ferruta) e Sella (C.C. Redaelli), "avvicinatori", misero in mare nella notte del 25 marzo i sei MTM condotti dal T.V. Luigi Faggioni, dal S.T.V. Angelo Cabrini e dai sottufficiali De Vito, Tedeschi, Beccati e Barbieri.

Nell'interpretazione di Rudolf Claudus l'avvicinamento all'obiettivo

Nella navigazione di avvicinamento vennero superate tre ostruzioni; a motore spento i barchini si radunarono al centro della baia per osservare ed assegnare i bersagli, quindi, spinti i motori al massimo, si lanciarono all'attacco.

Di Claudus l'esplosione sullo York e l'assalitore in acqua che osserva

Tedeschi e Cabrini danneggiarono gravemente l'incrociatore pesante York che di fatto venne perduto, Beccati danneggiò la nave cisterna Pericles (8.234 tsl).

I sei piloti, tutti illesi ma prigionieri, con una esecuzione ben coordinata e condotta con decisione avevano messo a frutto le capacità tecniche acquisite nel duro addestramento e le potenzialità organizzative di tutta la Flottiglia.

Disse l’ammiraglio Cunningham, comandante della Flotta Inglese del Mediterraneo: "Il nostro solo incrociatore con cannoni da 203 era stato eliminato".

Ma per la Decima l'obiettivo primario era rappresentato sempre dalla roccaforte di Gibilterra di cui, parzialmente, attraverso informatori sul posto e fotografie aeree, si era ricostruito il regime delle correnti marine dello stretto, i posti di ormeggio delle navi, la dislocazione delle difese del porto, quali sbarramenti retali ed il dispositivo di vigilanza con battelli dotati di bombe antisom.

Essenziali si rivelarono le notizie fornite dagli informatori, principalmente sulla presenza di unità di un certo valore bellico, poiché come era già accaduto per l'"Operazione B.G.1", la partenza delle navi mentre un sommergibile avvicinatore era già in navigazione, avrebbe vanificato la pianificazione di un'operazione.

A tal fine nel porto spagnolo di Cadice, sull'Atlantico, la pirocisterna Fulgor, denominata base "C", colà internata, venne utilizzata come deposito di siluri, nafta, viveri, pezzi di ricambio ed altri materiali utili al sommergibile che, attraversato in immersione lo stretto, si sarebbe potuto rifornire in tranquillità.

Il 15 maggio 1941 prese il via l'"Operazione B.G.3". Lo Sciré, sempre al comando di Borghese, lasciò La Spezia con rotta ad ovest e, dopo aver attraversato lo stretto, imbarcava a Cadice gli assaltatori, T.V. Decio Catalano ed Amedeo Vesco, S.T.V. Licio Visintini ed i sottufficiali e marò palombari Giovanni Giannoni, Amelio Franchi e Giovanni Magro. Come riserve erano pronti il ten. G.N. Antonio Marceglia ed il marò Spartaco Schergat. Sullo Sciré imbarcò anche il cap. medico Bruno Falcomatà per l'assistenza sanitaria agli uomini.

Le fasi dell'azione risultarono abbastanza difficoltose, per le bizze degli SLC che, oltre ad avere problemi ai motori, stentavano a mantenere l'assetto. Anche alcuni assaltatori vennero colpiti da malore mentre in rada cercavano di portarsi comunque verso dei bersagli utili.

Gli equipaggi decisero di rinunciare all'azione e, affondati i maiali, raggiunsero terra per essere recuperati, nella convinzione che la loro presenza non era stata notata. Se non altro poterono desumersi aspetti utili per i futuri attacchi, sulla resistenza fisica degli uomini, su modifiche e miglioramenti da apportare ai mezzi e sulle procedure di avvicinamento al punto di rilascio degli equipaggi.

 

"… vi sono italiani che si recano a Malta nel modo più temerario …"

 

Con il successo di Suda l'entusiasmo dei reparti d’assalto era decisamente aumentato e l'idea di compiere un altro attacco, questa volta in grande stile, contro Malta, ricominciava a prendere corpo; infatti sin dal 1935 l'isola e la sua munita base rientravano tra gli obiettivi di primaria importanza.

Malta, posizione strategica al centro del Mediterraneo, crocevia delle rotte battute da italiani ed inglesi, anche se sottoposta a pesanti bombardamenti da parte degli aerei dell’Asse, rappresentava pur sempre un punto d’appoggio per il traffico inglese tra Alessandria e Gibilterra e base avanzata di sommergibili e veloci incrociatori per l’attacco al traffico italo-germanico verso il fronte dell’Africa Settentrionale.

Supermarina autorizzò la missione per il 30 maggio 1941, ma la mancanza di navi nella base, rilevata dall'osservazione aerea, costrinse la Decima a desistere. Il 30 giugno, ripresentandosi le condizioni favorevoli di luna, la spedizione, venne nuovamente annullata per le pessime condizioni meteorologiche.

Finalmente il 26 luglio prese l'avvio la "Malta 1".

Moccagatta ignorava, come tutti del resto, che uno dei primi radar, seppur rudimentale, era stato installato sull'isola.

Gli inglesi percepirono quindi i segnali di un preparativo di attacco (i mezzi furono individuati a 20 miglia dall’isola) e conseguentemente le postazioni di osservazione e di artiglieria erano state per tempo allertate.

Il dispositivo di attacco italiano era in quell'occasione il più complesso sino ad allora concepito, comprendendo l'avviso veloce Diana con a bordo nove MTM, un MTS ed un MTL, trasportante due SLC a rimorchio, nonché due MAS, il 452 ed il 451, sul primo dei quali si erano imbarcati il C.F. Moccagatta e cap. medico Falcomatà.

Nel piano era previsto che i MAS dovessero guidare sino a cinque miglia dalla Valletta la spedizione e quindi il primo SLC (cap. G.N. Teseo Tesei e 2° capo Alcide Pedretti) doveva portarsi sino alle ostruzioni di ponte S. Elmo per aprire un varco con l'esplosione della carica, mentre il secondo SLC (T.V. Franco Costa e serg. Luigi Barba) doveva attaccare la base sommergibili di Marsa Muscetto. L'M.T.S. (C.C. Mario Giobbe con i due s.capi Leonildo Zocchi e Luigi Costantini) avrebbe condotto la formazione sino a 1.000 metri dall’obiettivo rientrando poi sul Diana: l'M.T.M. 1 (S.T.V. Carlo Bosio) portatosi sino a 500 metri dal ponte di S. Elmo, doveva irrompere nel porto attraverso il varco guidando gli altri battelli; l'M.T.M. 2 (S.T.V. Roberto Frassetto) doveva lanciarsi sull'ostruzione del ponte in caso di fallimento dell'S.L.C. con l’M.T.M. 3 (S. Ten. A.N. Aristide Carabelli) di riserva; l’M.T.M. 4 (marò Vittorio Marchisio), l'M.T.M. 5 (2° capo Vincenzo Montanari), l'M.T.M. 6 (2° capo Alessandro Follieri), l’M.T.M. 7 (2° capo Enrico Pedrini), e l'M.T.M. 8 (capo Pietro Zaniboni) avrebbero condotto l'attacco alle navi alla fonda ed infine l'M.T.M. 9 (capo Fiorenzo Capriotti) doveva attaccare le unità che potevano interferire nell'azione.

Il ponte S. Elmo ed il "maiale" di Tesei in un'opera di Claudus

La complessa manovra iniziò sotto cattivi auspici per una serie di inconvenienti tecnici, per cui le unità ferme derivarono per la forte corrente rispetto alla posizione originale di partenza perdendo i punti di riferimento; di Tesei e Pedretti, non si seppe più nulla, ma probabilmente morirono nell’esplosione della testata del loro "maiale" spolettata a zero da Tesei per rispettare i tempi pianificati dell’operazione. L'MTM di Frassetto, lanciato allora sull'ostruzione, non esplose e Carabelli ripete l'azione morendo dilaniato per non essersi volutamente lanciato, mentre il ponte, crollato, ostruiva definitivamente il varco del porto.

Di Claudus l'esplosione del ponte S. Elmo con i barchini in attesa

Da ogni parte si accesero i riflettori ed un inferno di fuoco ben diretto sui sei residui barchini che tentavano di diradarsi, durò solo due minuti sino a che non rimase più nulla su cui sparare.

Anche i MAS e l 'MTS vennero attaccati da aerei Spitfire e Hurricane di base a Malta subendo parecchie perdite umane tra cui Moccagatta, Giobbe e Falcomatà; l'M.T.S., raccolti undici superstiti, poté raggiungere il Diana sotto Capo Passero. Il bilancio della temeraria ed audace azione fu di quindici morti e diciotto prigionieri, due MAS, due SLC ed otto barchini perduti.

Anche l’aviazione italiana dette il suo contributo: caccia Macchi C200 si levarono in volo dalla Sicilia per proteggere la ritirata dei MAS, ma si trovarono di fronte in superiorità numerica i velivoli inglesi; nella battaglia aerea furono abbattuti tre aerei inglesi e due italiani, mentre in mare si consumava la tragedia.

Restano le parole che Tesei soleva dire: "...occorre che tutto il mondo sappia che vi sono italiani che si recano a Malta nel modo più temerario: se affonderemo qualche nave, oppure no, non ha molta importanza: quel che importa è che noi si sia capaci di saltare in aria con il nostro apparecchio sotto l'occhio del nemico...".

 

Si ritemprano le forze

 

Dopo le gravi perdite subite a Malta, il C.C. Junio Valerio Borghese assunse il comando temporaneo della X MAS mantenendo anche quello del reparto subacqueo; il reparto di superficie venne affidato al C.C. Salvatore Todaro, già famoso sommergibilista in Atlantico.

Vennero intensificati addestramento e miglioramento dei mezzi; Todaro sperimentò lo SMA, analogo all'M.T.S.M. ma allungato ed allargato, mentre come "avvicinatori" per i barchini vennero trasformati i piropescherecci Cefalo e Sogliola ed il motoveliero Costanza, all'apparenza innocue navi destinate alla pesca.

Un altro sommergibile, l'Ambra al comando del C.C. Mario Arillo, venne modificato con l’installazione dei cilindri contenitori.

Nel frattempo si sviluppò una nuova specialità della Decima, quella dei "Nuotatori d’Assalto" o "Gamma" reclutati tra i migliori nuotatori della Federazione sportiva e trasferiti in Marina anche se appartenenti ad altre Armi o Corpi.

Il T.V. Eugenio Wolk ne assunse il comando curandone l'addestramento, le attrezzature individuali e le armi appositamente create: la "cimice", carica esplosiva da tre chili con spoletta a tempo da applicare allo scafo delle navi attaccate; e il "bauletto", più pesante e comandato da un'elica che agiva sulla spoletta quando la nave in movimento raggiungeva una velocità superiore a cinque nodi.

Gli "uomini Gamma" dovevano penetrare a nuoto nei porti nemici, avvicinare i piroscafi alla fonda ed applicare allo scafo le armi, poi cercare di sfuggire alla cattura rientrando sul mezzo avvicinatore o fuggendo via terra.

L'esperienza della "B.G.3" per concezione ed organizzazione aveva convinto Borghese dell'opportunità di ripetere l'attacco a Gibilterra, con lo stesso schema e praticamente con gli stessi operatori, le coppie Catalano-Giannoni, Visintini-Magro e Vesco-Zozzoli. Nelle prime ore del 20 settembre 1941 partì quindi l'"Operazione B.G.4": tre SLC fuoriusciti dallo Sciré penetrarono nella base, sapendo ormeggiate una corazzata classe Nelson, la portaerei Ark Royal, oltre a numeroso naviglio da guerra e mercantile.

Si fissa la carica sotto la chiglia della vittima (R. Claudus)

Tra discese sul fondo, superamento di ostacoli e cambiamenti di rotta per sfuggire all'attenta vigilanza di motovedette che lanciavano bombe di profondità, gli operatori dovettero rinunciare alle navi maggiori, intorno a cui il dispositivo di protezione appariva insuperabile, applicando le cariche sotto tre unità minori, la cisterna Fiona Shell (2.444 tsl), la motonave Durham (10.900 tsl) e la cisterna militare Denbydale (8.145 tsl), ponendosi poi tutti in salvo.

Le tre cariche esplosero puntualmente e finalmente un'azione venne coronata da pieno successo. In quell'operazione si ebbe la felice sintesi di abilità del mezzo "avvicinatore", addestramento e determinazione degli assaltatori, affidabilità tecnica degli SLC, informazioni tempestive, procedure di recupero perfezionate; il tutto nonostante una più attenta sorveglianza nemica.

 

Il momento più fulgido: Alessandria

 

Al comando della Decima MAS era stato nel frattempo designato il C.F. Ernesto Forza e l'intendimento di forzare la munita base di Alessandria, dopo i tentativi del 1940, tornava di nuovo attuale.

Il 3 dicembre 1941 lo Sciré lasciò La Spezia dopo aver imbarcato tre SLC, notevolmente migliorati, raggiungendo Porto Lago a Lero, in Egeo.

Lo studio delle fotografie aeree scattate ad Alessandria confermava la presenza in porto anche di due corazzate, mentre i nostri assaltatori, giunti a Lero in aereo dall'Italia, erano particolarmente allenati da dure prove di simulazione. Le coppie erano già formate: il T.V. Luigi Durand de La Penne, capo gruppo, con il capo Emilio Bianchi il cap. G.N. Antonio Marceglia con il s. capo Spartaco Schergat il cap. A.N. Vincenzo Martellotta con il capo Mario Marino; riserve il ten. D.M. Luigi Feltrinelli con il marò Luciano Favale ed il ten. medico Giorgio Spaccarelli con il s. capo Armando Memoli.

Nella sera del 18 dicembre, raggiunto il punto di rilascio, iniziarono le operazioni di fuoriuscita degli SLC e prese il via l'"Operazione B.G. 3" con l'approccio all'obbiettivo con i bersagli già assegnati: de La Penne avrebbe attaccato la corazzata Valiant (30.600 tonn.), Marceglia la Queen Elizabeth (30.600 tonn.), Martellotta l'eventuale portaerei o una grossa petroliera. Da quel momento i sei uomini, a cavalcioni dei loro mezzi, operavano separatamente; insperatamente le prime ostruzioni si aprirono per lasciar passare tre cacciatorpediniere in entrata e prontamente i maiali si posero nella scia incuranti dei rischi.

Le esplosioni nel porto di Alessandria di Claudus

De La Penne individuò la Valiant ma nella fase finale dell’avvicinamento perse il suo secondo; da solo, con il mezzo fuori uso dovette trascinare a tentoni sotto l'enorme ventre della corazzata la sua carica esplosiva in posizione utile e mettere in moto le spolette. Tornato in superficie ritrovò Bianchi presso una boa ma, scoperti dalle sentinelle della nave; i due uomini dovettero arrendersi e vennero tratti a bordo per essere interrogati senza esito e rinchiusi in una cala; dieci minuti prima dell'esplosione, molto cavallerescamente, de La Penne chiese di parlare con il comandante cui comunicò la notizia che la nave era minata e che vi era la necessità di portare al più presto in salvo l'equipaggio. Per rappresaglia venne ricondotto nella cala e rinchiuso, ma all'ora prevista una potente esplosione squarciò la Valiant che si poggiò sul fondo, sbandata sulla sinistra. De La Penne con Bianchi rimasero illeso, anzi attraverso la porta divelta riuscì a raggiungere la coperta a poppa, e da lì poté assistere all'esplosione sotto la chiglia della Queen Elizabeth. Anche Marceglia e Schergat avevano portato a buon fine la missione! Dal fumaiolo della grande nave fuoriuscivano rottami di ferro e nafta.

Rappresentazione grafica di Rudolf Claudus del momento dell'esplosione

 

Marceglia e Schergat riuscirono a fuggire dal porto e dopo tre giorni di avventure vagabondando per l’Egitto in attesa di un appuntamento con un sommergibile al largo di Rosetta, furono catturati.

Appena poco prima in rada un'altra esplosione aveva sconvolto la calma della notte: la carica posta da Martellotta e Marino danneggiò gravemente la petroliera Sagona (7.754 tsl) ed il cacciatorpediniere Jervis ad essa affiancato (1.690 tonn.). Quanto alle due corazzate, la Valiant recuperata poté riprendere il mare dopo quattro mesi per ulteriori lavori, la Queen Elizabeth, rimessa a galla, rimase pressoché ferma per tutta la durata della guerra. Tutti i sei incursori, caduti in prigionia, furono decorati di Medaglia d'Oro al V.M.

Sei uomini, dietro ai quali tutta la Decima MAS poteva condividere il successo.

Essi avevano in una notte posto fuori combattimento circa 75.000 ton. di naviglio militare nemico; tutte le nazioni belligeranti prendevano atto dei successi degli incursori italiani e si apprestavano a volerne imitare le gesta.

 

Al terzo anno di guerra

 

Già alla fine del 1941 la Decima era stata riordinata secondo un organigramma più complesso ma più funzionale, aggiungendo al Naviglio Subacqueo ed al Naviglio di Superficie, un Ufficio Operazioni ed Addestramento, un Servizio G.N., un Servizio Sanitario ed un Comandante al dettaglio: Borghese cedette il comando dello Sciré al C.C. Bruno Zelich.

Venne pianificata quindi una quarta operazione contro Alessandria. La "G.A. 4" con modalità operative simili a quella di dicembre precedente.

Il 14 maggio 1942 l’Ambra, battello "avvicinatore" del C.C. Mario Arillo, rilasciò tre SLC dinanzi alla base egiziana con gli operatori G.M. Giovanni Magello e s.capo Giuseppe Morbelli, ten. G.N. Luigi Feltrinelli e s.capo Luciano Favale, S.T. medico Giorgio Spaccarelli e serg. Armando Memoli.

Nuovamente problemi tecnici ai mezzi e principalmente una diversa posizione del sommergibile provocata da forti correnti, oltre che la vigilanza degli inglesi notevolmente intensificata, portarono al fallimento della missione e tutti gli operatori vennero catturati.

Nell’agosto del 1942 fu panificata l’"Operazione S.L. 1" con obiettivo il porto di Haifa in Palestina.

Il sommergibile Scirè partì da Lero il 6 agosto con a bordo 11 "Gamma", ma, sottoposto a caccia antisom, venne costretto all’emersione ed affondato dal tiro delle batterie costiere registrando la perdita di tutto l’equipaggio e di tutti gli operatori.

Veniva quindi perso il sommergibile che più di ogni altro aveva operato con gli uomini della Decima Mas.

 

In azione fuori dal Mediterraneo

 

Nei primi sei mesi dell’anno ’42 la componente subacquea rimase praticamente ferma.

Nel frattempo Supermarina, organismo responsabile della condotta della guerra sul mare, decise di inviare due squadriglie di barchini esplosivi e siluranti in Mar Nero, unitamente ad una squadriglia di MAS (C.V. Francesco Mimbelli) e sei sommergibili tascabili tipo "CB", per aderire ad una precisa richiesta del Comando Supremo Tedesco con il compito di bloccare dal mare i rifornimenti della città assediata di Sebastopoli.

Il 6 maggio partiva da La Spezia l’autocolonna "Moccagatta" della Decima al comando del C.C. Salvatore Todaro, su autocarri ed automezzi trasportanti cinque MTSM, cinque MTM. In tutto, con il personale tecnico e dei servizi, quarantotto uomini.

Il ciclo di operazioni dalla base operativa di Foros, in Crimea, iniziò il 4 giugno ed il 12 giugno un MTSM silurò una grossa motonave sovietica, affondata successivamente da aerei tedeschi. Per la cronaca "CB" e MAS affondarono in quell’estate tre sommergibili sovietici e danneggiarono gravemente l’incrociatore Molotov.

Nel marzo del 1943 i barchini, tranne uno perduto in azione, rientrarono in Italia.

Nell’estate del 1942 Cefalo, Sogliola e Costanza, pescherecci come già visto modificati per occultare barchini, parteciparono ad un ciclo di operazioni di agguato sulla rotta per Malta per attaccare unità nemiche in avvicinamento, specialmente le portaerei che periodicamente rifornivano l’isola di aerei; ed ancora lungo le coste della Spagna e delle Baleari e lungo le rotte per Tobruk allora assediata dalle forze dell’Asse.

Successivamente, nell’agosto/settembre 1942 il C.F. Forza organizzò l’autocolonna "Giobbe" per trasportare lungo la costa della Marmarica sino al El Daba, a 50 km da El Alamein, tre barchini siluranti destinati ad attaccare unità navali, in appoggio ad operazioni terrestri. Il S:T.V. Piero Carminati ed il s.capo Cesare Sani, nella notte del 29 agosto, con un MTSM attaccarono quattro cacciatorpediniere inglesi e, nonostante il violento fuoco di sbarramento, danneggiarono il caccia Eridge (1.050 tonn.) successivamente colpito anche da aerei tedeschi che per errore mitragliarono anche l’MTSM incendiandolo.

 

Villa Carmela

 

La necessità di tenere Gibilterra sotto pressione portò all’elaborazione di una diversa strategia di attacco: rinunciare ad operazioni tramite SLC trasportati da sommergibili ed installare una base segreta in territorio spagnolo, nei pressi della città di Algeciras, da cui far partire uomini "Gamma" che avrebbero portato a nuoto cariche esplosive da applicare alle navi alla fonda nella rada.

Nella primavera del 1942, un tecnico della Decima, Antonio Ramognino, con la moglie Conchita di nazionalità spagnola, affittò come privato cittadino una casa, battezzata Villa Carmela, nei pressi della punta Maiorga a circa 4.000 metri in linea d’aria da Gibilterra; da lì la base inglese, oltre ad essere tenuta sotto osservazione, poteva essere agevolmente raggiunta a nuoto da personale allenato come i "Gamma".

Dodici "Gamma", alle prime ore del 14 luglio 1942, lasciata Villa Carmela in tenuta d’attacco, portando ciascuno tre "cimici", raggiunsero a nuoto le unità in rada ed applicarono le cariche. Per irregolare funzionamento di alcune spolette il successi dell’operazione "G.G. 1" risultò limitato, ma ugualmente significativo: quattro piroscafi, Meta (1.575 tsl), Shuma (1.494 tsl), Empire Snipe (2.497 tsl) e Baron Douglas (3.899 tsl) furono danneggiati e dovettero essere incagliati.

Un secondo attacco prese l’avvio il 14 settembre 1942 sempre con partenza di Villa Carmela; tre "Gamma" penetrarono nella rada di Gibilterra e, nonostante varie traversie, ottennero un risultato, poiché il mercantile Ravens Point (1.787 tsl) saltò in aria affondando.

 

Beffe dell’Intelligence Service: l’Olterra

 

Il T.V. Licio Visintini divenne nel frattempo l’artefice principale dell’allestimento dell’Olterra, motonave da 4.995 tsl di proprietà di una compagnia di navigazione italiana. Sbandata ed adagiata sul fondo nel 1940, riportata a galleggiare ed ormeggiata alla testata del molo di Algeciras nel 1942 da marittimi provenienti dall’Italia, trasandati, scansafatiche e litigiosi: in realtà uomini della Decima determinati a trasformare quel relitto, sotto gli occhi della vigilanza spagnola a bordo, in una base attrezzata per ricoverare "Gamma" e gli SLC fatti venire smontati in pezzi dall’Italia con i più fantasiosi espedienti; i mezzi d’assalto potevano contare, ben occultate all’interno della nave, su di un’officina attrezzata, una vasca per prove e financo un’uscita al mare praticata con grande abilità nella fiancata. Si creò quindi la "Squadriglia dell’Orsa Maggiore".

Spaccato della cisterna Olterra

Dall’Olterra venne attentamente tenuto sotto controllo il movimento delle navi in rada; il 6 dicembre sostarono a Gibilterra due corazzate e due portaerei: era l’ora di attaccare!

La fuoriuscita degli operatori dalla cisterna Olterra interpretata da Claudus

Alla mezzanotte del 7 dicembre 1942 prese il via l’"Operazione B.G. 5" con l’uscita di tre SLC, ed i piloti T.V. Licio Visintini e serg. Giovanni Magro, G.M. Girolamo Manisco e serg. Dino Varini, S.T.A.N. Vittorio Cella e serg. Salvatore Leone.

Ma l’attenta vigilanza di motovedette e proiettori, e le bombe di profondità da queste lanciate a ritmo intenso, ebbero la meglio sull’audacia degli incursori: uno soltanto rientrò alla base, due caddero prigionieri e tre vennero uccisi.

Qualche giorno dopo affiorarono in superficie i corpi di Visintini e Magro, recuperati da un certo tenente Lionel Crabb, ufficiale della sicurezza e subacqueo, che seguiva da tempo le gesta degli incursori della Decima per poterne ripetere l’organizzazione nella Royal Navy.

 

Le operazioni nel 1943

 

Nel dicembre 1942, a seguito delle vicende sul fronte d’Africa, le truppe dell’Asse e gli Alleati si scontravano in Tunisia ed il porto e la rada di Algeri divennero congestionati di unità navali militari e mercantili, si veniva a presentare per la X MAS l’occasione per un attacco, l’operazione "N.A. 1", mediante il sommergibile Ambra "avvicinatore" (C.C. Mario Arillo), con tre SLC e dieci "Gamma".

Nel buio della sera dell’11 dicembre 1942, due uomini uscirono dal battello già all’imboccatura del porto e dalla coperta mediante telefono guidarono l’Ambra al centro di un semicerchio formato da sei piroscafi all’ormeggio. Fuoriuscirono allora i "Gamma" S.T.A.N. Agostino Morello ed i "Gamma" Botti, Rolfini, Ghiglione, Evangelisti, Feroldi, Boscolo, Lugano, Lucchetti e Luciani e gli operatori di SLC T.V. Giovanni Badessi, ten. G.N. Guido Arena, G.M. Giorgio Reggioli ed i s.capo Carlo Pesel, Ferdinando Cocchi e Colombo Pamolli.

Seguendo le solite tecniche di avvicinamento ai bersagli, tra bombe di profondità e proiettori delle difese, le mine vennero piazzate e, poche ore dopo i piroscafi Ocean Vanquisher (7,174 tsl) e Berto (1.493 tsl) vennero affondati mentre l’Empire Centaur (7.041 tsl) e Armattan (6.587 tsl) rimasero danneggiati.

Anche i barchini in quei mesi fecero la loro parte, operando da Pantelleria con il Cefalo, al comando del C.C. Salvatore Todaro e successivamente da Biserta, con l’intenzione di attaccare le linee di rifornimento alleate. Il 12 dicembre un’azione di "Gamma" ed MTSM, l’"Operazione BO.G. 1" prese di mira il porto di Bona, ma per le pessime condizioni del mare l’attacco venne rinviato al giorno seguente, ma senza successo.

Rientrato a La Galite (Tunisia), subì, la mattina del 14 dicembre un attacco aereo che crivellò di colpi l’unità ed ucciso nel sonno il comandante Todaro.

L’imminente capitolazione delle armate dell’Asse in Tunisia e la preponderanza aerea e navale alleata in cielo ed in mare alle porte di casa non scoraggiarono gli uomini della Decima decisi a portare sempre e comunque l’offesa al nemico.

Il 1° maggio 1943 il C.V. Ernesto Forza lasciava il comando della X MAS al C.C. Junio Valerio Borghese.

Sull’Olterra, con i collaudati sistemi clandestini, sotto il naso degli spagnoli e dei servizi segreti inglesi, proseguiva l’attività degli operatori ora la comando del C.C. Ernesto Notari.

Il 7 maggio 1943 tre SLC con le coppie Notari-Lazzari, Tadini-Mattera e Cella-Montalenti uscirono dal ventre della nave per colpire le navi in rada, poiché il forzamento del porto di Gibilterra risultava praticamente impossibile. Iniziò così l’"Operazione B.G. 6": Lottando contro la corrente fortissima e le bizze dei maiali portarono a termine la missione ed all’alba dell’8 il Pat Harrison (7.191 tsl), il Mashud (7.540 tsl) ed il Camerata (4.875 tsl), venivano squassati dalle esplosioni sotto gli occhi di sei "trasandati e sonnolenti marittimi" che dall’Olterra seguivano e commentavano i risultati.

L’ultima azione dei barchini fu invece durante l’invasione alleata della Sicilia: gli MTSM tentarono di colpire le unità nemiche senza esito; l’Ambra, trasportando tre barchini, passato lo stretto di Messina per un’azione contro unità alleate nel porto di Siracusa, sottoposto a caccia dovette abbandonare la missione.

Intanto nei porti turchi di Alessandretta e Mersina nei mesi estivi del 1943 operò da solo il ten. Milmart Luigi Ferraro, assistito dalle autorità diplomatiche italiane, portando nel suo bagaglio "bauletti" esplosivi. Di giorno Ferraro, impiegato presso l’ambasciata italiana, frequentava ambienti mondani, salotti e spiagge, non entrando in acqua poiché diceva di non saper nuotare. Nottetempo, invece, indossato l’equipaggiamento di incursore, poneva le sue armi sotto le chiglie di navi in rada ed in porto. Riuscì ad affondare circa 19.000 tsl di naviglio: l’Orion (7.000 tsl), il Kaiatuna (4.914 tsl) ed il Fernplant (7.000 tsl), rientrando tranquillamente in Italia dopo aver ultimato le cariche.

L’ultima azione dei maiali, l’"Operazione B.G. 7" fu a Gibilterra nell’agosto 1943, periodo legato al famoso "la guerra continua" del Maresciallo Badoglio; lo spirito aggressivo dei reparti della Decima era immutato, tanta che con le collaudate modalità di preparazione gli stessi equipaggi della "B.G. 6" fuoriuscirono a tarda sera del 3 dal’Olterra raggiungendo la rada di Gibilterra. Nonostante la vigilanza e qualche inconveniente tecnico, rientrati a bordo poterono assistere al risultato della loro azione: saltarono in aria la petroliera Thorshovdi (9.464 tsl), i piroscafi Stanridge (5.975 tsl) e Harrison Gray Otis (7.176 tsl).

 

 

Bibliografia

Carlo De Risio - La Marina Italiana nella Seconda Guerra Mondiale vol. XIV I mezzi d'assalto - Ufficio Storico Marina Militare

AA.VV. - Storia della Marina - 1939 - 1942 La 2a Guerra Mondiale Da Rio de la Plata a Midway volume 4 - Fratelli Fabbri Editori

Marco Spertini - Erminio Bagnasco - I mezzi d'assalto della Xa Flottiglia MAS 1940 - 1945 - Ermanno Albertelli Editore

Beppe Pegolotti - Uomini contro navi - Arnoldo Mondadori Editore

Luis de la Sierra - Gli assaltatori del mare - Mursia